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La nostalgia dei primati perduti e l’orgoglio neoborbonico

Orlando Vella 12 Settembre 2013 5 minuti letti

Abbiamo esposto in un altro capitolo i numerosi primati che facevano di Napoli una grande capitale europea nel campo delle arti figurative, della scienza e della urbanistica; soprattutto all’epoca di due re illuminati, come Carlo III e Ferdinando II, per cui non ci ripeteremo.

Vogliamo solo sottolineare come non solo i mass media, ma anche la storiografia ufficiale, ha cercato di propagandare l’immagine di un meridione arretrato e fannullone, perpetuando una sorta di damnatio memoriae, che solo in tempi recenti, grazie all’opera di volenterosi studiosi, sta riacquistando la verità storica degli avvenimenti.

Alcuni libri, come “Terroni” di Pino Aprile e la nascita di alcuni movimenti filo borbonici, ha dato uno scossone decisivo alla marea inarrestabile di menzogne e falsificazioni, con una miscela di dati storici e di vivace vena polemica.

A parte libri e riviste, è su internet che molte associazioni hanno trovato modo di esprimersi, con mailing list di decine di migliaia di contatti.

Vogliamo ricordare, il partito del sud, insorgenza civile, associazione neoborbonica, Comitatiduesicilie, Orgoglio meridionale.

La prima nacque venti anni fa e tra i fondatori vi era anche il compianto Riccardo Pazzaglia il quale, nello scegliere il nome dell’associazione: neoborbonici, intese di fare una provocazione per identificare la protesta del Sud con qualcosa che precedeva l’Unità, acclarando che non tutto ciò che vi era prima del 1861 era negativo.

Gennaro De Crescenzo attualmente presidente dei neoborbonici, è professore di storia e frequentatore di archivi. Un appassionato che contesta il pregiudizio acritico, la storia divisa a fette tra buoni e cattivi, come invece sostiene Aldo Cazzullo a proposito della guerra civile del brigantaggio. Certo alcune forme di estraneità per lo Stato nel sud sono ereditate delle modalità con cui fu costruita la nostra nazione: imposta dall’alto, voluta e realizzata da un’élite, estranea alle popolazioni rurali, come sostennero già Gramsci e in parte Croce. Le classi dirigenti di allora, i notabili latifondisti, fusero subito i loro interessi con quelli della borghesia imprenditoriale del Nord, temendo che quella rivoluzione politica potesse diventare anche sociale. Le campagne erano in rivolta, la guerra contadina, il brigantaggio, faceva del Sud il vero Far west dell’Italia appena nata. Furono i gattopardi di sempre, che muovevano voti e influenzavano masse popolari, a controllare il Mezzogiorno. E aderirono alle scelte politico-economiche dei primi anni dell’unità, privilegiando industrie e finanze del Nord anche a costo di penalizzare le necessità di sviluppo del Sud. La storia a una direzione non fa mai bene e sono convinto che nessuno al Sud pensa ad una secessione, ha nostalgia per i Borbone, o è contro l’unità. L’orgoglio meridionale di oggi comincia dalla rilettura, con documenti, di come diventammo una sola nazione. Non si tratta di dividere, ma di unire. Se si conoscono meglio i percorsi e le identità differenti del processo risorgimentale si ritroveranno forse le ragioni per tenere insieme nord e sud d’Italia che, ignorando le rispettive storie, diffidano l’uno dell’altro, guardandosi con pregiudizio. Cominciamo al Sud: inutile abbandonarsi alla retorica a rovescio del meridionale sempre e comunque migliore degli altri. Certo, le scelte dei primi anni di unità danneggiarono il Mezzogiorno, ma 150 anni dopo va superata la sterile autocommiserazione, la delega delle responsabilità. Partendo dalla rilettura più onesta di storie e culture del passato, l’orgoglio meridionale deve diventare coscienza che oggi più che mai è necessario l’impegno e la serietà di tutti. Neoborbonici e non.

E vorremmo concludere con un nostro scritto, che fu pubblicato nell’editoriale dei lettori de “La Stampa” e con una lettera al direttore accolta da numerosi quotidiani.

MILLE GIOVANI AL GIORNO DA 150 ANNI

150 anni fa mille giovani garibaldini si imbarcarono da Quarto per andare al sud a fare l’Italia, da allora ogni giorno, ininterrottamente, mille giovani sono costretti a compiere il percorso inverso dal sud verso il nord, alla ricerca di un lavoro e di un futuro decente, perché la vecchia patria non esiste più e la nuova non ha voluto o non è stata in grado di procurarglielo.

L’emorragia continua imperterrita con alti e bassi; una sorta di genocidio silenzioso che raggiunse un picco negli anni Sessanta, ma che da tempo ha ripreso lena, privando le regioni meridionali delle migliori energie, dei laureati con lode e di tutti coloro che si sentono ingabbiati nelle maglie di una società pietrificata.

Tante generazioni perdute che hanno lasciato il sud in balia di politici corrotti, amministratori inefficienti ed eterne caricature di Masaniello.

Il fiume di denaro pubblico che lo Stato ha elargito per decenni è stato clamorosamente dilapidato, usato, non per investimenti produttivi, ma unicamente per consolidare un vacuo consenso elettorale, perpetuando il proliferare di squallide oligarchie locali, di cricche e di camarille colluse con la criminalità organizzata.

E mentre ogni anno trecentomila garibaldini alla rovescia sono costretti a lasciare gli affetti ed il luogo natio per cercare altrove la dignità di esistere, l’incubo della crisi economica e del federalismo fiscale rischia di far deflagrare una situazione esplosiva tenuta in coma da flussi di denaro a perdere.

Se l’idea di eguaglianza e di solidarietà dovesse cedere il passo ad una deriva separatista al sud non resterà che cercare di capeggiare una federazione di stati rivieraschi del Mediterraneo, di mettersi a capo di popoli disperati, avendo come punti di riferimento non più Roma, Milano e Bruxelles, bensì Tripoli, Algeri ed Alessandria d’Egitto.

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Orlando Vella

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