Agosto 1979: prima del grande successo, la chitarra dell’allora ventiquattrenne partenopeo scuoteva le Feste dell’Unità del Sannio profondo, tra lo stupore delle piazze dell’Appennino.
Ci sono momenti in cui la grande storia della musica attraversa i sentieri meno battuti della provincia, lasciando tracce destinate a trasformarsi in leggenda locale. È il 22 agosto del 1979 quando il blues viscerale, contaminato e ancora quasi sconosciuto di un giovanissimo Pino Daniele fa il suo ingresso nel Sannio. La meta non è un grande capoluogo, ma un piccolo borgo arrampicato su un’alta collina battuta dal vento: San Giorgio la Molara.
A riguardarlo oggi, quell’evento ha il sapore dell’incredibile. Nel 1979, Pino Daniele ha appena ventiquattro anni. Non è ancora il fenomeno generazionale che riempirà gli stadi, ma ci è vicinissimo; ha già pubblicato album del calibro di Terra mia e l’omonimo Pino Daniele, eppure la sua musica è una rivoluzione in pieno svolgimento, una miscela esplosiva che unisce la tradizione partenopea al jazz, al funk e al blues di oltreoceano. Un linguaggio nuovo, una lingua bastarda che fonde suoni inglesi, napoletani e italiani, del tutto aliena alle orecchie dell’entroterra campano di allora.

Ma come ci è arrivato quel ragazzo capellone con la chitarra a tracolla in un paese isolato del Sannio? La risposta risiede nelle dinamiche sociali e politiche dell’epoca. Erano i tempi delle Feste dell’Unità, formidabili catalizzatori culturali capaci di portare l’avanguardia artistica anche nelle aree interne. Spesso, dietro queste esibizioni in “tempi non sospetti”, si celava la fitta rete delle segnalazioni e delle “raccomandazioni” di partito: circuiti alternativi che permettevano a giovani talenti, non ancora consacrati dalle grandi radio, di trovare un palco e un gettone di presenza in cambio di una performance che avrebbe dovuto animare le serate militanti della provincia.
Cosa dovette provare il pubblico d’allora, radunato nella piazza del paese? È facile immaginare lo sconcerto e la curiosità di una platea inizialmente ridotta o distratta, abituata a sonorità decisamente più classiche. Quella sera, le note di brani come Napul è, Chi ten’ o’ mar’ o la dirompente Je so’ pazz’ — canzoni che da lì a pochissimo avrebbero letteralmente spaccato le radio di tutta Italia — risuonarono tra le pietre di San Giorgio la Molara come un ufo atterrato tra i campi.
Portare quel suono nel Sannio profondo significava, dopotutto, esportare la rivoluzione culturale napoletana ben oltre i confini della metropoli, iniettando la modernità nei piccoli centri dell’Appennino. Di quella notte incredibile resta oggi il ricordo quasi mitologico di chi c’era e il rammarico nostalgico di chi, per ragioni anagrafiche, ha potuto solo immaginarlo, custodendo la memoria di un’epoca in cui anche l’entroterra sapeva essere l’epicentro del futuro.
La formazione
- Fabrizio Milano, batterista
- Gianni Guarracino, chitarra acustica
- Gigi De Rienzo, basso
- Ernesto Vitolo, pianoforte
Brani nella registrazione
- Chi tene ‘o mare
- Ue man! (ver. 2)
- Alleria
- Ue man!







