Immagine di Jason Howie - https://www.flickr.com/photos/ jasonahowie/8583949219 - licenza CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/ - file tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Social_media# /media/File:Social_media.png
Sarà capitato a ognuno di noi di trovarsi davanti a un titolo sensazionalistico oppure lasciato volutamente incompleto e cliccarci sopra per aprire la rispettiva notizia o leggere l’intera intestazione dell’articolo. La tecnica è chiamata clickbaiting e viene dall’inglese bait che vuol dire “esca”, da cui il termine baiting, ossia “adescamento”.
La curiosità è alla base del meccanismo. È la leva che utilizzano gli strateghi della comunicazione per indurci a cliccare su uno specifico collegamento ipertestuale e visitare una determinata pagina. È un tarlo sottile che si insinua nella nostra volontà riuscendo a minarla, portandoci a mettere in atto comportamenti che, se ripetuti e frequenti, possono anche divenire limitanti o rasentare la patologia.
Ruolo della dopamina e fisiologia della dipendenza
A livello neurofisiologico, nel processo sono implicati diversi neurotrasmettitori ma soprattutto la dopamina che è in grado di indurre sensazioni di piacere quando ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo e interessante e nel momento in cui riusciamo a conseguire l’obiettivo che ci prefiggiamo. Il bisogno di provare quel fugace senso di soddisfazione, di appagamento, può spingerci a ripetere il comportamento per sfuggire a situazioni di disagio anche lieve che sperimentiamo nei contesti della vita quotidiana. Lo scopo è fare in modo che l’encefalo secerna una nuova “dose” del neurotrasmettitore e ci procuri altri pochi momenti di gratificazione.
Attraverso questa dinamica si innestano vere e proprie forme di dipendenza. Lo schema è ricorrente. La prima fase è quella di avvertire una sensazione di fastidio, malessere o frustrazione associata a una sopravvenuta indolenza, all’incapacità di tenere testa alla situazione attraverso strategie autonome. La seconda fase è rappresentata dalla ricerca di una dose, dalla necessità di somministrare a sé stessi una quantità della specifica sostanza in grado di procurare uno stato passeggero di benessere. La terza fase è assimilabile all’ottenimento di una ricompensa: è il senso di piacere che si prova dopo aver assunto la dose che avviene quando si riesce a soddisfare una curiosità o ad apprendere una nuova notizia, ma il rilascio di dopamina avviene già nello stesso processo che porta all’ottenimento del risultato.
Attraverso questo circuito che si ripete, diventiamo incapaci di fare a meno del nostro smartphone – poco impegnativo dal punto di vista cognitivo e volitivo – e ogni tanto, ripetutamente, lo consultiamo, scrolliamo le app o visitiamo i profili social per ricevere la nostra minuscola dose di dopamina. Essa rappresenta una boccata di ossigeno, un attimo di evasione da ciò che ci sta intorno prima di focalizzare nuovamente la nostra attenzione sul contesto circostante. In tal modo si manifesta un comportamento compulsivo. Come ogni altra forma di dipendenza, non risolve alcun problema ma inibisce le capacità personali di gestire le situazioni attraverso risorse proprie o procrastina il momento in cui un problema debba essere affrontato.





