Nella calura estiva, il paese celebra il suo illustre passato e intitola due luoghi allo scultore Tommaso Bucciano e al martire Antonio Gallarello
È una giornata di afa torrida che cancella i contorni di un paesaggio vasto e immobile nella morsa della calura.
Dopo Ferragosto, le piogge annunciavano l’autunno. Faceva freddo. Non è così oggi. La campagna è ancora verde. Boschi estesi di querce si alternano ad ampi fazzoletti di terra giallastra, dove è stato mietuto il grano.
In paese non si vedono le persone anziane, i vecchi, anche se sono la maggioranza. Vivono relegati nelle aziende agricole sparse nella vasta e articolata campagna. I terremoti del 1962 e dell’80 hanno spopolato il paese e popolato la campagna. E tuttavia, i gruppi di giovani che indugiano chiacchierando davanti ai pochi bar creano una forma di vita che anima il presente e illude un futuro difficile da immaginare.
Niente accade, o almeno niente che rimandi l’impressione di un tempo scandito e ritmato su un qualsiasi progetto di cambiamento.
In questa sconsolata contabilità di eventi che aspettano di essere concepiti, dobbiamo comunque annotare, accanto al numero dei morti centenari, la celebrazione di personaggi illustri del nostro spesso sconosciuto passato. Insomma: non possiamo progettare il futuro e ci accontentiamo di celebrare il passato! Un passato, in verità, interessante e vario, per le diverse qualità e competenze espresse da protagonisti spesso sepolti nella storia e sconosciuti ai più.
Sono nostri concittadini. Hanno vissuto momenti di celebrità nei settori più disparati, sia della conoscenza sia dell’impegno civile.
Giuristi come Orazio Barbato, vissuto in pieno Rinascimento; patrioti come Carlo Jazeolla, attivo deputato della Repubblica Partenopea del 1799, impiccato a Napoli insieme alla “meglio gioventù” della giovane Repubblica: Serra di Cassano, Luisa Sanfelice, Eleonora Fonseca Pimentel, Mario Pagano e altri 122 condannati; artisti come Nicola Ciletti, pittore dalla vasta notorietà e giustamente onorato in San Giorgio.
Ma altri illustri nostri concittadini giacciono nascosti tra le pieghe della storia in attesa del risveglio.
Io stesso, leggendo il dizionario di De Gubernatis, mi sono imbattuto nel nome di Ernesto Solitario, nato a San Giorgio verso la fine del ’700 e attivo a Napoli fin oltre la metà dell’800. Si possono visitare sue opere nell’Albergo dei Pellegrini a Napoli, in piazza Carlo III. I “pellegrini” di Carlo III venivano anche dal mare, e venivano accolti!
Insomma: nel generale torpore di questo spazio urbano, dove tutto sembra stare fermo, non ci possiamo lamentare. Non pochi concittadini del passato ci hanno reso orgogliosi del luogo che abitiamo e in qualche misura riscattano la nostra inerzia e la nostra passività di fronte a quegli eventi (pochi!) che possono trasformare il mondo e la realtà.
Ieri, 29 agosto, l’Amministrazione ha intitolato due luoghi del paese a due personalità, tra di loro diversissime, sia per periodo storico sia per qualità del loro impegno. Due biografie distinte ma che, insieme, ci uniscono come facenti parte di una stessa comunità.

Si tratta dello scultore Tommaso Bucciano, vissuto tra la fine del ’700 e la metà dell’800, attivo tra le regge di Caserta e Capodimonte.
L’altro personaggio si chiama Antonio Gallarello, martire delle Fosse Ardeatine, azionista della Resistenza romana, arrestato il 3 febbraio del ’44 e assassinato il 24 marzo dello stesso anno.
Al primo il Comune dedica una piazza. In verità, si tratta di un modesto “slargo” ora adibito a parcheggio, dove troneggia una vistosa “macchina dell’acqua”, fatta installare da Luigi Paragone, sindaco di una passata stagione elettorale.

Ad Antonio Gallarello viene invece intitolata una strada, una sorta di circonvallazione, che taglia fuori il disordinato suk di via Airella e Sant’Ignazio, pericoloso ingorgo di pedoni e veicoli d’altura.
Da Tommaso Bucciano si arriva, attraverso una quasi diretta discendenza, all’odierna famiglia Bucciano con casa nel quartiere San Luca. Sono stato amico — e penso di esserlo tuttora — di Fernando, ultimo rampollo, insieme alla sorella Adriana, del casato. Ho conosciuto suo padre “Don Ersilio” Bucciano. Ho ammirato con infantile stupore la sua bianca e arruffata capigliatura. E se è vero che alcuni geni si trasmettono, “Don Ersilio” disegnò accuratamente con inchiostro di china le nostre tessere di boy scout, quando decidemmo di fondare l’associazione insieme a un gruppo di amici. E fu sempre “Don Ersilio” che, con gentile pazienza, dissipò la mia paura per la matematica. “La matematica — diceva — è figlia della pazienza, non conosce la fretta!”.
All’inaugurazione della diciamo “piazza Bucciano” parlerà Ambra Jazeolla, attenta e appassionata ricercatrice di tutto ciò che concerne personaggi di rilievo artistico e manufatti d’arte in San Giorgio.
Eppure, leggendo il compendio delle opere di Tommaso Bucciano, sono stato preso da un interrogativo malizioso. Bucciano scolpisce sia per Maria Carolina Murat sia per Ferdinando IV, giocoforza nemici acerrimi. Mi sono chiesto: come avrà fatto Tommaso Bucciano a scampare alla vendetta dei Borboni? Boh!
Con Antonio Gallarello il contenuto della celebrazione si sposta sul terreno dell’impegno civile. Gallarello, come quasi tutti i cognomi sangiorgesi, è un cognome “territoriale”. Fino alla fine del secolo scorso occupavano l’enorme masso tufaceo che porta il nome di Pescodonico. Poi, le migrazioni — sia quelle oltreoceano sia quelle interne — hanno svuotato le case. Alcuni sono andati in Nordamerica, altri in paesi limitrofi (a Montefalcone di Valfortore c’è una numerosa famiglia Gallarello imparentata con quella di San Giorgio).
Antonio nasce a San Giorgio nel 1884. Mia nonna paterna, anch’essa Gallarello, era dell’87 ed è presumibile che fossero parenti, anche se un po’ alla lontana.
Dall’arresto alla fucilazione passa poco più di un mese. Muore a 59 anni lasciando la moglie e 6 figli. Di mestiere fa il falegname e nella sua bottega nasconde le armi dei partigiani. Sono i fascisti a segnalare il suo nome ai nazisti, che lo arrestano e poi lo fucilano alle Fosse Ardeatine.
La morte di Antonio Gallarello parla alle nostre coscienze molto più della sua necessariamente frettolosa celebrazione odierna. Ci ricorda che l’oppressione nazifascista è una delle pagine più buie della nostra storia. Ci ricorda che i combattenti partigiani sono morti per restituire al popolo italiano la libertà perduta. Una libertà fragile, che necessita di un’attenta e continua sorveglianza. Perché basta un banale vuoto di memoria per perderla nuovamente.
Primo Levi ha detto, a proposito degli orrori della Shoah: “È accaduto, può accadere ancora”.





