La vita nei paesi dell’entroterra tra isolamento, appartenenza e nuovi orizzonti
Dire paese vuol dire sfogliare un libro di storia collettiva, aprire una delle tante porte dell’umana formazione. C’è però anche da dire che la vita di paese è spesso una palestra di sfide per un viaggio esistenziale non sempre agevole, il più delle volte rallentato da fattori contingenti. Far parte di piccole realtà non di rado significa stare un passo indietro dal podio al quale pure si ambisce con insistenza. Come per tutti i paesi dell’entroterra, si vive, in certe situazioni, come podisti in affanno.
Si sta come viandanti del tempo alloggiati su un territorio articolato che comprende montagna, collina e pianura. Un tale contesto fisico variegato comporta vantaggi, ma anche un senso di spaesamento per la sua geografia indefinita, a tratti irrisolta nelle sue naturali vocazioni. Va da sé che in un siffatto territorio è possibile vantare una certa autosufficienza produttiva, specialmente in campo agricolo. Di positivo impatto è inoltre l’aspetto strutturale disomogeneo, che incrementa la bellezza fisica e panoramica complessiva.

Nel mio San Giorgio la Molara, nel Fortore beneventano, è visivamente imponente il centro storico arroccato su una cima che si palesa allo sguardo simile a un alveare. In tale spicchio abitativo, una volta molto popolato, la scena complessiva è quella di un raccolto borgo che tiene stretti a sé palazzi, mura e scorci intrisi di poesia. Il nucleo panoramico, che in lontananza ha le fattezze di un presepe, dilaga poi con grazia verso l’esterno. Si inerpica via via verso le altitudini del lago, per declinare in tavolieri e gradini montuosi più bassi. Qui, se non ci si conosce, si chiede: “A chi appartieni?”. E di colpo si diviene contigui, familiari. “Di quali antenati, di quale contrada sei figlio?” sembra essere l’eco che risuona nelle aperte stanze paesaggistiche sospese tra terra e cielo. Una cosa più che certa, in rapporto all’aspetto identitario, è che il paese appartiene agli abitanti. Si evince ciò senza dubbio da quell’andare e tornare della gente locale, senza che nessuno si allontani davvero per sempre.
Ora, quale sia il segreto non rivelato di una tale incapacità di distacco non è dato sapere. Eppure qui non sono tutte rose e fiori! L’evidenza ci rivela tante durezze, come le difficoltà di collegamento, i pochi servizi, le scarse possibilità occupazionali. Troppo, da sempre, è riposto nella caparbietà e nell’operosità della gente. Col passare dei secoli, però, il sentire comune è cambiato e ormai non ci si accontenta più come una volta del proprio status. Emergono ogni tanto sogni e progetti innovativi. Ad ora, si cerca di scavalcare gli steccati, perché l’ardire collettivo è divenuto più ambizioso.

Si imboccano percorsi alternativi che includono anche aspetti di modernità. Ormai non ci può essere sagra senza musica, ballo e arte. Non ci può essere festa che non riempia vicoli, quartieri e piazze di persone che sopraggiungono da fuori. È come se da un po’ soffiasse nell’aria un desiderio di maggiore completezza e, non a caso, esplodono interessi nuovi. Si dà luogo al giornalismo amatoriale, si allestiscono mostre, si organizzano convegni, si presentano libri. Pare ci sia sempre più consapevolezza che il polmone di un paese è in affanno se non spira intorno il buon vento della cultura. Perché cultura è un termine ampio che può includere il cestino artigianale intrecciato, il vino autoctono, le carni pregiate, il formaggio buono, l’utensile ricavato da materia semplice: il tutto all’interno del sapere complessivo scritto e tramandato.
Cresce insomma il discorso espansivo, la voglia di allargare il perimetro. Si mira a intensificare lo scambio con l’esterno, essendo chiaro che non è più tempo di economie chiuse, blindate. Esportare è fra gli obiettivi nascenti. E non solo merci, anche idee, soluzioni. Certo, le criticità sono tante: sono strutturali, ambientali e sociali. La fotografia di certe solitudini, di certe emarginazioni è un dato realistico. E laddove ci sono energie non valorizzate, decresce anche la spinta verso il sapere, col pericolo dell’analfabetismo di ritorno in certe fasce della popolazione. Una problematica, questa, che può riguardare i tanti che si sentono sfiduciati rispetto al proprio futuro e alle legittime aspettative.

Il paese però, per le sue ridotte dimensioni, ha il vantaggio di essere una specie di lente di ingrandimento sulle positività e sulle criticità. Osservare in diretta ciò che non funziona può facilitare la ricerca delle soluzioni. Mettere in atto, ad esempio, azioni inclusive anche di stampo associativo e promuovere attività imprenditoriali può aiutare a risolvere le emarginazioni, combattere lo spopolamento e la decrescita demografica. Sono in fondo questi i fattori destabilizzanti che minacciano la persistenza nel tempo di questi templi di bellezza e di storia che sono i paesi dell’entroterra.





