Per conservare la “capacità del secondo colpo”, alla base della dottrina della deterrenza nucleare, le superpotenze hanno bisogno di impedire che in prossimità dei propri confini siano installati tecnologie di rilevamento e sistemi d’arma avversari.
La guerra in Ucraina dura ormai da più di quattro anni. Le valutazioni politiche su ciò che accade in quell’angolo d’Europa sono contrastanti. C’è chi proclama la libertà di ogni Paese di poter scegliere da quale parte schierarsi – se gravitare nell’orbita Ue e dell’Occidente o rientrare nel computo dei Paesi filo-russi – e chi, dall’altro lato, rivendica il diritto delle superpotenze di preservare una zona d’influenza, esercitando un controllo indiretto sulle Nazioni confinanti allo scopo di tenere a debita distanza le basi militari di coalizioni ostili. A motivare tale pretesa sussistono questioni di sicurezza nazionale che sono alla base del delicato rapporto esistente tra le due principali potenze atomiche.
L’equilibrio tra Russia e Usa si basa sulla strategia MAD (Mutual Assured Destruction), vale a dire la consapevolezza che, indipendentemente da chi sia a sferrare il primo colpo nucleare, l’altra superpotenza risponderà con un massiccio contrattacco in grado di distruggere il Paese aggressore per fare in modo che dal confronto atomico non risulti alcun vincitore. Questa eventualità dissuade entrambe le parti dallo spostare lo scontro su un piano inclinato che possa rivelarsi irreversibile.
La “capacità del secondo colpo”
Affinché sia effettiva la prospettiva di una distruzione reciproca assicurata in caso di attacco nucleare, la superpotenza bersaglio deve avere il tempo e le possibilità operative di sferrare il secondo colpo, letale per la stessa potenza attaccante. Solo in questo modo la deterrenza dei sistemi d’arma atomici diventa efficace e in grado di incidere in maniera reale sulle politiche dei governi delle grandi potenze.
La necessità di non compromettere la capacità del secondo colpo è il motivo per cui una potenza nucleare non può permettere che basi nemiche vengano installate in prossimità dei propri confini. Le ragioni sono essenzialmente due: preservare la segretezza dei sistemi che gestiscono l’arsenale nucleare – per evitare che siano tracciati da tecnologie di rilevazione elettronica ed eventualmente sabotati – e fare in modo che il proprio territorio non sia immediatamente raggiungibile da ordigni nemici.
Se una delle due superpotenze accettasse il rischio di avere i sistemi d’arma atomici compromessi nella loro funzionalità o rinunciasse di disporre di un sufficiente tempo di risposta, l’altra superpotenza potrebbe sferrare un attacco devastante senza essere dissuasa dalla prospettiva di essere a propria volta annientata dalla risposta nucleare del Paese aggredito.
Il perverso meccanismo, per quanto cinico, è l’unico attualmente conosciuto e in grado di evitare di giungere all’Armageddon. Il rischio di un’apocalisse atomica dev’essere sventato anche attraverso il riconoscimento del diritto delle grandi potenze di tenere a debita distanza centri di controllo ostili che possano pregiudicare la possibilità di rispondere ad un eventuale attacco atomico.





