Vicidomini, San Marco dei Cavoti
Tra poesia itinerante, radici profonde e tipicità locali, il viaggio nei piccoli paesi si trasforma in un modello di rinascita economica e culturale
È una piacevole debolezza subire il fascino dei borghi: case dalle facciate simili eppure uniche, scalelle in pietra, vicoli lastricati, chiesette di campagna e antiche testimonianze del passato. Ogni visita si trasforma nell’esplorazione attenta di un ricercatore: uno sguardo che va oltre la superficie per toccare con mano la storia di vere perle a cielo aperto. Per chi coltiva questa passione, viaggiare significa immergersi in una ricerca emotiva e minuziosa, tesa a cogliere i dettagli più intimi di un luogo. Una statua, un ponte o un castello non sono che i testimoni silenziosi delle radici di un popolo.
L’Italia ne è ricca: alcuni borghi restano immersi in un lungo dormiveglia, altri, quasi per magia, riescono a far sentire la propria voce e tornare a risplendere. C’è chi tenta la strada della rinascita portando nei paesi dell’interno la poesia itinerante, come fa con successo Franco Arminio, il “paesologo” di Bisaccia. Altri scelgono di puntare sulla forza dei prodotti autoctoni e biologici per fare di necessità virtù: è il caso di Castel del Giudice, in provincia di Isernia, dove l’impianto di meleti ha dato vita a varietà speciali come la zitella, la gelata e la limoncella. In questo comune molisano, il rilancio agroalimentare si affianca al recupero strutturale e produttivo, rendendo il borgo un modello di virtuosità unico.
Non di rado, il paradigma di crescita delle piccole realtà trova linfa proprio in un’eccellenza locale, coltivata con cura in un microclima ideale. Si pensi al peperone crusco di Senise o alla cicerchia di San Giorgio la Molara e del Fortore. È un peccato che quest’ultimo legume antico — simile a un piccolo ciottolo — non abbia conosciuto una produzione continua: un tempo risorsa fondamentale nei periodi più difficili in sostituzione della carne, resta un alimento altamente nutriente che, dopo un lungo ammollo, arricchisce zuppe e piatti della tradizione.
Molti centri hanno costruito la propria fortuna attorno a un prodotto trainante. Nel nostro circondario spicca San Marco dei Cavoti, celebre per il suo torrone artigianale esportato anche oltreoceano. Altri paesi limitrofi sono rinomati per salumi caserecci di altissima qualità, la cui fama viaggia però quasi solo tramite il passaparola. Organizzare e rendere più accessibili queste produzioni è la vera sfida: l’esempio viene ancora da San Giorgio la Molara, dove da anni si lavora per valorizzare l’olio locale — un prodotto di nicchia ormai imbottigliato e commercializzato con successo — e la rinomata carne marchigiana, apprezzata su vasta scala.
L’obiettivo ora è strutturare strategie efficaci per espandere la rete distributiva dei nostri prodotti tipici. L’agricoltura e la zootecnia di San Giorgio la Molara rappresentano un vero fiore all’occhiello: l’allevamento di bovini pregiati in un ambiente sano e incontaminato fa scuola e traccia la strada per il futuro dei nostri territori.





