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L’Europa alla prova della Strategia 2020

silvanofusco 25 Aprile 2010 4 minuti letti

“Un’occasione per profonde trasformazioni”La Commissione Europea, il 3 marzo scorso ha lanciato la “Strategia 2020” mirata a preparare l’economia europea per il prossimo decennio. La Commissione ha identificato tre fattori chiave per la crescita, che dovranno essere implementati attraverso azioni concrete sia al livello Europeo che nazionale. Il punto di partenza di questa Strategia è la lezione appresa dall’ultima crisi economica e finanziaria: le nostre economie sono fortemente interdipendenti e nessuno Stato può far fronte alle sfide globali agendo isolato dagli altri. I recenti avvenimenti in Grecia confermano questa tesi e segnalano che, più che prima, le riforme o la mancanza di esse in un paese influenzano la performance degli altri.

Oltre allo shock avvertito da milioni di cittadini, la crisi ha evidenziato alcune carenze fondamentali dell’economia europea e ha reso molto meno incoraggianti le prospettive di una futura crescita economica. Il tasso medio di crescita europeo è inferiore ai principali partner commerciali; l’invecchiamento della popolazione sta accelerando e l’aumento dei pensionati eserciterà una pressione ulteriore sui sistemi assistenziali.

Le priorità stabilite dalla proposta sono essenzialmente tre: la crescita intelligente, basata sulla conoscenza e sull’innovazione; la crescita sostenibile, mirante all’adozione di misure drastiche per ridurre i danni derivanti dai cambiamenti climatici e, infine, la crescita inclusiva, che favorisca un alto tasso  di occupazione. Questa strategia dovrà, inoltre, evitare di ricadere negli errori di quella precedente, la Strategia di Lisbona del 2000 rilanciata poi nel 2005. Infatti, l’obiettivo previsto da quel documento, di arrivare ad un livello occupazionale superiore al 70%  non è stato raggiunto poiché il progetto iniziale si  è gradualmente evoluto in una struttura eccessivamente complessa, fatta di molteplici obiettivi e una  divisione non del tutto  chiara delle responsabilità tra il livello sovranazionale e nazionale. Bisogna comunque riconoscere, sebbene la macchinosità di questo sistema non ha facilitato l’adozione di misure  rapide per fronteggiare la crisi,  ha contribuito ad evitare che la recessione si trasformasse in una depressione, cioè che la diminuzione della domanda, si trasformasse in un’eccessiva discesa dei prezzi.

Il nuovo piano economico decennale (2010-2020) della Commissione è stato discusso dal Consiglio lo scorso 26 marzo, anche se i governi degli Stati Membri  non hanno trovato l’accordo sugli obiettivi, per l’istruzione e la lotta alla povertà così come proposti dalla Commissione,  giudicati troppo ambiziosi da alcuni governi. La mancanza di consenso su due degli obiettivi-guida ha ridotto di gran lunga  la portata della  proposta originaria della Commissione, la quale può però comunque tirare un sospiro di sollievo sul fatto che è riuscita ad ottenere l’impegno del Consiglio ad utilizzare  il 3% del PIL per la  ricerca e lo sviluppo e l’impegno a portare al 75% il tasso di occupazione. Alcuni Stati europei hanno ritenuto di non includere la lotta alla povertà nella strategia perché è una materia che va al di là delle competenze dell’Unione ed è, oltretutto, difficilmente misurabile. A tale riguardo il portavoce per la Strategia 2020, l’eurodeputata svedese Lena Ek, appartenente al gruppo parlamentare ALDE, ha espresso il suo disappunto per i risultati del Consiglio che “evidenziano una totale mancanza di ambizione e del senso di urgenza necessario a dare un nuovo impeto all’economia europea”.

Intanto, la Commissione, si è già rimessa al lavoro per preparare nei dettagli gli indirizzi di politica economica che saranno sottoposti al Consiglio nei prossimi mesi. I lavori continueranno fino al prossimo autunno quando tutti gli stati dovranno presentare i programmi nazionali di riforma.

Oltre a rappresentare una sfida per il futuro assetto economico dei paesi europei, la Strategia 2020 è interessante perché è il primo atto davvero importante approvato in una struttura istituzionale modificata dal Trattato di Lisbona che ha previsto un Presidente in carica per due anni e mezzo per il Consiglio e ha aumentato l’influenza del Parlamento Europeo nel processo decisionale attraverso l’estensione della procedura di codecisione ad un numero più vasto di materie. Sembra che, finora il Parlamento Europeo abbia interpretato questo  ruolo al meglio e che stia prendendo coscienza di essere un abile difensore degli interessi comuni quando i problemi sono comuni.

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