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Aspettando Piedigrotta

silvanofusco 19 Novembre 2010 5 minuti letti

Fino a qualche decennio fa il turista che percorreva le affollate strade del centro storico nei giorni di fine estate si trovava davanti uno scenario sorprendente con lunghi pali azzurri che sostenevano ai lati della strada enormi luminarie composte da fantasiosi motivi geometrici, i quali prendevano spunto dalla tradizione e dal costume napoletano. Quelle lampadine, accese dal primo di settembre, annunciavano che di li a qualche giorno sarebbe esplosa la celebrazione della festa di Piedigrotta, per secoli la vera festa delle feste, paragonabile per eccitazione collettiva al celebre Carnevale di Rio.Le sue origini si perdono nel culto di Venere genitrice, narrato da Petronio, Seneca e Strabone, che si svolgeva nel mese di settembre all’interno della grotta di Priapo, a poca distanza dall’attuale mausoleo dedicato a Virgilio. Durante il rito ben dotati sacerdoti, con l’ausilio di potenti afrodisiaci, si impegnavano ad ingravidare quante più donne sterili possibile, mentre all’esterno la plebe, tra cespugli ed anfratti, si dedicava a poderosi amplessi, eccitata dal suono assordante di cimbali e timpani.Altri fattori culturali molto variegati di origine etrusca, greca ed orientale sono presenti nella Piedigrotta, a dimostrazione della variegata complessità del senso religioso del napoletano.Il cristianesimo si appropriò dell’antico rituale, purgandolo degli aspetti più sfacciatamente erotici, ma preservandone l’aspetto trasgressivo e la tendenza ad una sano tripudio condito dall’impertinenza, dal sollazzo e dal gusto caricaturale, soprattutto verso l’autorità costituita, la quale permetteva questo comportamento, per far scaricare, anche se solo per pochi giorni, l’energia vitale della popolazione che si sarebbe poi dimostrata sottomessa per il restante periodo dell’anno.La Piedigrotta, dopo aver assunto un carattere religioso, divenne una manifestazione prevalentemente notturna con grande partecipazione popolare. Appena usciti dalla chiesa, la grotta limitrofa e tutte le aree circostanti si trasformavano in una gigantesca sala da ballo nella quale si danzava al suono di arpe e cimbali, prevalentemente la tarantella il ballo tipico partenopeo, derivante anche esso dalle antiche danze che accompagnavano i baccanali, più o meno orgiastici, di epoca pagana. Lentamente la festa cominciò ad estendersi a tutta la città coinvolgendo nobili e popolani, tra uno sfolgorio di luminarie, carri e canzoni. Molti affittavano i balconi dai quali si poteva meglio ammirare il passaggio dei carri, carichi di fiori e costruzioni di cartapesta, con i vari quartieri in gara tra di loro per creatività e magnificenza. Nacque anche l’usanza di presentare durante quei giorni di baldoria un repertorio di nuove canzoni napoletane, da cui nacque il celebre festival ed infatti molte delle più celebri melodie sono state scritte in occasione della Piedigrotta.Una cosa ben diversa dalla squallida rappresentazione che una volta all’anno, con il conforto della diretta televisiva in prima serata, si svolge oggi da un pacchiano albergo della provincia in stile hollywoodiano, in odore di camorra, con presentatori e cantanti prevalentemente forestieri.La festa, a partire dal Novecento assunse perciò il carattere prevalente di una sagra canora ed era imperniata sulla sfilata dei carri allegorici, che erano mastodontici e venivano realizzati da valenti artigiani adoperando del cartone pressato. Durante i momenti più gioiosi della festa venivano utilizzati speciali giocattoli, atti ad incrementare ilarità ed impertinenza. Essi erano le tante rumorose trombettelle, dai colori sgargianti e dal suono intermittente, lo zerrizzero, un ingegnoso aggeggio che, roteando su sé stesso, emetteva un originale ronzio, il franfellicco, un fischietto dispettoso che, srotolandosi di scatto e ripiegandosi velocemente all’indietro, veniva adoperato per sfiorare il viso dei vicini, spaventandoli per la sorpresa. Vi erano poi tanti strumenti musicali tradizionali, che collaboravano a creare confusione ed allegria: il putipù, una casseruola ricoperta di pelle forata al centro, dalla quale si generava un suono che richiamava quello sfottente e caricaturale delle pernacchie; lo scetavajasse, uno strumento costituito da una canna spaccata, che funge da cassa armonica e da una bacchetta seghettata; il triccabballacche composto da tre martelletti di legno, i quali, pigiandosi a vicenda, generano un suono ritmico ed asfissiante. Il principe della burla era poi costituito da una sorta di cantaro, il famigerato coppolone, che posto su una canna veniva all’improvviso calato sulla testa dei passanti, ingenerando sorpresa, mista ad allegro sbigottimento.Il momento d’oro della festa fu durante il regno di Achille Lauro, quando la Piedigrotta durava molti giorni, alacremente organizzata dal mitico assessore Limoncelli, quello del famoso slogan elettorale:”Torneranno i tempi belli se votate Limoncelli”L’antico splendore della manifestazione era incentrata dal passaggio per le vie cittadine dei mastodontici carri allegorici, quando era permesso un po’ di tutto: urlare, sbracciarsi, calare coppoloni in testa a tipi soggetti, esercitare vigorosamente la mano morta su sederi di tutte le età, pur senza trascurare eventuali seni generosamente esposti, dimenticando così le angustie quotidiane. L’antico spirito greco della festa, nata tra venerazioni priapiche e sfrenate danze liberatorie, sembrava rivivere nel popolo festoso, esaltando lo spirito trasgressivo e godereccio dei napoletani.
Sembrano tempi distanti anni luce, invece è cronaca degli anni Cinquanta e Sessanta, i giovani non conoscono la Piedigrotta, ma il suo spirito è immortale e può divampare di nuovo per la gioia dei napoletani e per il nostro boccheggiante turismo. Ai tempi del vituperato Comandante il calendario delle manifestazioni, ad uso dei forestieri, ma progettato per i gusti degli indigeni, andava da aprile ad ottobre, costringendo pure i rinomati miracoli di San Gennaro a rientrare nei festeggiamenti e riesumando inoltre antiche tradizioni, da quella del Monacone a quella della Madonna del Carmine, col relativo incendio della torre.Torneranno quei tempi spensierati? Lo speriamo vivamente, anche se qualche recente timido tentativo di riesumazione è miseramente abortito, perché male organizzato, non certo per la scomparsa dal carattere dei napoletani veraci della volontà di divertirsi.

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