‘O Pescatore

pubblicato da Nicola Cocchiarella il giorno 10 ottobre 2010


ottobre 10, 2010

A confine tra San Giorgio La Molara e Pago Veiano, nel tratto in cui il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela attraversa la Piana di Calise, vi scorre anche una parte del fiume Tammaro. Nella loro discesa dai monti verso la pianura, il fiume e il tratturo si costeggiano lungo questa piana, quasi a voler fare una parte del cammino insieme.

In questo incontro, queste due eterne presenze sembrano quasi rallentare; il fiume scorre più lento, quasi a voler prolungare questo incontro, e il tratturo si apre invece in un’oasi di verde che invita anche il viaggiatore, di ieri e di oggi, a fermarsi per assistere a questo silenzioso bacio della via dell’acqua con la via dei pastori.

Nel recente passato, la buona presenza di pesce nel fiume è diventata per qualcuno un’occasione di guadagno, facendo di una passione anche un vero mestiere.

Antonio Mercuri, nato a Pago Veiano nel 1936, è anche conosciuto come “O Pescatore” ed appartiene ad una famiglia dedita da generazioni all’attività di pesca sul corso del fiume Tammaro. Da giovane ha accompagnato per molti anni suo padre, pescatore di professione con tanto di iscrizione alla Camera di Commercio, nell’attività di pesca di pesci e di anguille che dava il necessario per vivere alla famiglia.

Il nostro pescatore di fiume ci ha raccontato qualcosa di questo originale mestiere; il prodotto della pesca era costituito soprattutto da pesci barbo, alborelle, e da anguille e capitoni.

Nei mesi primaverili ed estivi, quando cioè la portata e la corrente del fiume si riducevano, per pescare venivano utilizzate delle speciali reti poste di traverso rispetto al corso del fiume nelle parti in cui la corrente è debole e vi è una profondità di almeno un metro e mezzo.

Nel periodo di aprile-maggio i pesci risalgono la corrente del fiume per accoppiarsi e deporre le uova in luoghi più vicini alla sorgente, un istinto che assicura ai nascituri acque più pulite e li preserva dal pericolo delle secche estive. Durante questo periodo, erano molto utilizzate le nasse che i nostri pescatori costruivano in modo originale utilizzando i giovani rametti di ulivo e di olmo che si prestano molto bene ad essere piegati ed intrecciati. Le nasse, costituite da una serie di imbuti posti in modo che il pesce possa entrare ma non uscire, a differenza delle reti, venivano messe nelle zone di leggera pendenza del fiume dove l’acqua scorre e ha una profondità massima di 20-25 cm, con l’apertura di ingresso orientata in direzione opposta alla risalita dei pesci. Le nasse erano inoltre molto efficaci per la cattura delle anguille, le quali, in questo periodo risalgono anch’esse il corso del fiume. Per attirarle, al loro interno venivano messe come esce delle lumache. Secondo quanto ci ha detto il nostro pescatore, anche le anguille risalgono la corrente per deporre le uova nel fiume; in base alla sua esperienza, il pescatore ha affermato che non è difficile incontrare nel fiume delle giovani anguille di pochi centimetri di lunghezza nate nel fiume, contrariamente quindi a quella tradizione che vuole che la nascita di questi pesci avviene solo nel mare. Il metodo, però, che dava i migliori risultati per la pesca all’anguilla era quello che utilizzava le lenze, costituite da una lunga lenza da pesca o da muratore provvista lungo la sua lunghezza, ad intervallli regolari, di una serie di piccole lenze di una decina di cm terminanti con un apposito amo su cui veniva posto come esca un verme di lombrico. All’estremità finale della lenza veniva legato un ciottolo o un piombo che ne facilitava il lancio nel fiume effettuato in luoghi con poca corrente, fondo piano e poco profondi. Le lenze venivano messe di sera per poi essere recuperate il mattino dopo.

Forse però il tipo di pesca più originale è quello “della forchetta”, un tipo di pesca effettuato solo nelle notti senza luna e in acque basse, con cui il pescatore diventava una specie di “cacciatore” di pesci; con una lampada a “carburro” il pescatore andava nelle zone del fiume con acqua bassa, non più alte del ginocchio, munito di un apposito forchettone. I pesci, scarsamente mobili durante la notte, una volta individuati con la luce della lampada, venivano “inforchettati” con un rapido e deciso colpo del pescatore. In condizioni ottimali, in una notte ne potevano essere presi anche una decina di chili.

Nei mesi invernali, invece, la pesca era limitata al solo utilizzo dei bilancini, gli stessi utilizzati nella pesca di mare.

Con l’utilizzo di queste tecniche di pesca, Antonio e suo padre pescavano lungo il fiume Tammaro risalendo fino a Campolattaro e discendendo fino a Benevento: spesso si partiva la sera e si tornava il mattino successivo o anche dopo alcuni giorni. Sulla via del ritorno si passava per i paesi per vendere il prodotto pescato, pesci e soprattutto anguille che andavano ad integrare la non certo ricca alimentazione della gente, perlopiù braccianti e contadini, di questi paesi.

Nel fiume però, possono essere pescati non solo pesci ed anguille: pochi forse sapranno dell’esistenza delle cozze e dei granchi di fiume!

Le cozze di fiume hanno dimensioni notevoli e possono superare in lunghezza quelle di mare. Le valve presentano all’esterno un colore brunastro con delle variegature verde oliva, mentre all’interno hanno un colore madreperlaceo. La parte carnosa si presenta di colore giallo rosato. A differenza delle tipiche cozze di mare, quelle di fiume sono dotate di mobilità e si trovano sulla superficie dei fondali limosi del fiume oppure sulle rive di tali fondali, annidate tra i ciuffi di radici dei salici che sporgono direttamente nell’acqua.

Questi mitili fluviali possono essere mangiati da soli o utilizzati per preparare ottimi sughi.

I granchi di fiume, muniti delle tipiche chele, sono dei crostacei che di solito si nascondono sotto i ciottoli in prossimità delle rive del fiume, spesso però restano anche impigliati nelle reti da pesca. Anche il granchio costituisce una “chicca” del fiume che viene delle volte richiesto da appassionati estimatori per preparare sughi dai sapori speciali.

Antonio Mercuri, il nostro pescatore, ormai settantenne, oggi pratica la pesca solo per passione, ma sulle orme di questa tradizione di famiglia, il figlio Nicola ha pensato di avviare un ristorante unico nella zona, che prepara tutti i giorni piatti a base di pesce fresco. Il pesce che ci viene servito non è ovviamente quello delle “acque dolci” del fiume dove ha pescato per generazioni la sua famiglia… ma il nome del ristorante è Il Pescatore!!!