La sirena Partenope e la fontana delle zizze

pubblicato da Achille della Ragione il giorno 26 ottobre 2010


ottobre 26, 2010

Le origini di Napoli, una delle più antiche città dell’Occidente, risalgono ad oltre 2500 anni orsono e sono avvolte nella leggenda. Molte e suggestive sono le ipotesi avanzate dagli storici, ma sempre, al centro di ogni versione, per coprire gli aspetti meno documentati, compare la sirena Partenope, una creatura fantastica dal fascino tenebroso, che per secoli è stata da taluni identificata come un uccello dal corpo sgraziato e dal volto di fanciulla, per divenire poi durante il medioevo, un essere per metà pesce e per metà donna, dal canto affascinante in grado di soggiogare qualunque uomo. Per i Greci, antichi fondatori della città, le sirene era quelle ammalianti creature, abitanti di un isola, per alcuni quella de Li Galli, di fronte Positano,  dove molte navi andavano a sfracellarsi perché i marinai, incantanti da quel canto melodioso, perdevano il controllo della rotta. Solo il furbo Ulisse riuscì ad ascoltarle indenne, facendosi legare all’albero maestro della sua nave dalla ciurma, alla quale impose di tapparsi le orecchie con la cera. La leggenda riferisce poi che alcune sirene, affrante per l’accaduto, si dispersero tra i flutti ed una di queste, Partenope, fu portata dalle onde a morire sulla spiaggia vicina all’isoletta  di Megaride, dove oggi vi è il Borgo marinari e Castel dell’Ovo.

Fu sepolta ed il suo corpo, disfacendosi, fecondò il luogo che l’aveva accolta dove, dopo breve tempo, sorse la città di Napoli, grazie ai coloni greci, i quali, si erano già stanziati fin dal IX secolo a.C. ad Ischia, da loro denominata Pithecusa, per poi occupare anche Cuma e solo tre secoli dopo fondarono una base sul luogo ove era approdato il corpo della sirena, da cui il nome dato alla località di Partenope. All’inizio non si trattò di una vera polis, bensì semplicemente di un centro commerciale per agevolare i loro traffici marittimi, fino a quando, nei decenni successivi, gli insediamenti abitativi si estesero fino al vicino monte Echia, l’odierna Pizzofalcone, assumendo lentamente la fisionomia di un agglomerato urbano.

Al mito della sirena Partenope è dedicata una delle più belle fontane della città, sita attualmente in piazza Sannazaro, anche se in passato, accoglieva i visitatori nella piazza della Stazione, come un brillante biglietto da visita, fino a quando, dopo l’Unità d’Italia, si ritenne più conveniente accogliere i forestieri con la severa statua di Garibaldi.

Il gruppo scultoreo è particolarmente potente e si basa su una grande vasca circolare sulla quale si erge impettita la sirena, dal magnifico corpo ignudo,  con i capelli al vento ed una lira in mano, mentre con l’altra mano sembra voler adescare i passanti, come in passato si comportava con gli incauti naviganti. La rappresentazione, fedele alle immortali parole di Omero, si completa, in un tripudio di piante e foglie marine, con un cavallo marino, due superbi delfini ed una minacciosa testuggine.

Ma per trovare una più poetica rappresentazione della mitica Partenope dobbiamo addentrarci nei meandri della città antica, guidati da una tela conservata nel museo civico di Castel Nuovo. Il dipinto di Caprile ritrae un angolo della Napoli popolare, quando animali domestici razzolavano tranquillamente per le strade e gran parte del commercio e delle attività artigianali si svolgevano per strada. Sullo sfondo della tela si intravede una fontana illustre e dimenticata, che il popolino ha sempre chiamato affettuosamente la Fontana delle zizze , per l’acqua che nei secoli sgorgava copiosa dai capezzoli delle graziose mammelle della splendida sirena alata che domina il monumento. Ci troviamo alle spalle della Borsa e nei pressi dell’Università in una zona che ha cambiato volto a seguito degli sventramenti operati dal Risanamento dopo la terribile epidemia di colera che colpì la città nella seconda metà dell’Ottocento. La scena raffigurata con vivacità e intenso cromatismo dà l’impressione di un prelievo da un romanzo verista, con il brulichio delle figure, provenienti dai vicoli vicini e dalla confinante zona portuale.

Rintracciare oggi questa fontana, sita in una stradina limitrofa all’università, è impresa ardua, perché gli stessi abitanti della zona non ne conoscono esattamente l’ubicazione, dal titolare del bar al parcheggiatore abusivo, dalla vasciaiola al garzone della spesa, tutti vagamente ne hanno sentito parlare, ma poi indirizzano erroneamente verso la vicina fontana sita in piazzetta Grande archivio. Il motivo dell’equivoco è banale, tutti quando riferiscono di averne sentito parlare si confondono con le zizze, ma quelle vere, non quelle eterne ed impassibili dell’omonima fontana, la cui memoria storica è andata smarrita.
La costruzione della fontana si perde nella notte dei tempi, infatti il Celano la colloca nel 1139, mentre la Platea delle acque del 1498 ci informa che da tempo in quel luogo sorgeva una fontanina alimentata dalle acque del pozzo di san Marcellino, ma è con don Pedro da Toledo, il benemerito viceré di Napoli, che il monumento prende la forma attuale, probabilmente ad opera dell’architetto Giovanni Merliano.

Al centro della composizione è rappresentato il Vesuvio eruttante alla cui furia devastatrice si oppone il latte mellifluo secreto dalle generose mammelle della sirena, come si evinceva chiaramente da una scritta, citata dalle fonti e da tempo scomparsa: Deum Vesuvii siren incendia mulcet, a significare che la bellezza di Napoli, ben rappresentata dalla sinuosa Partenope è l’unica forza che può opporsi alle fiamme iraconde dello scontroso vulcano. Una idrica e pettoruta grazia ammaliatrice potente almeno quanto il carisma di san Gennaro.
La sirena, archetipo eterno della bellezza femminile, creatura fascinosa dalla potente seduzione, evoca con il suo prorompente seno nudo una pacata sensazione di tranquillità e ci trascina indietro nel tempo a temi ed immagini del mondo pagano, un imprinting genetico che ha marcato indelebilmente il Dna dei napoletani.